Intervencion Bernhard Scholz, presidente Cdo

Riproponiamo qui, l’intervento di Bernhard Scholz, presidente Cdo

Cari amici, questa nostra assemblea si svolge all’interno di Cdo Sharing, l’evento che abbiamo creato per sostenere e promuovere la condivisione di conoscenze e di esperienze. Abbiamo affrontato oggi e lo faremo anche domani tanti temi che riguardano il contesto nel quale operiamo, le nuove modalità di lavorare, di produrre e di commercializzare che nascono dalla trasformazione digitale, la sharing economy, i nuovi paradigmi della comunicazione, il nuovo welfare e il passaggio generazionale – per citare solo alcuni temi.

Siamo convinti che il dialogo e lo scambio di esperienze siano una modalità fondamentale per lo sviluppo di una socialità autentica e di una economia al servizio di tutti.

Sempre di più ci si accorge della necessità di superare atteggiamenti e comportamenti individualistici che hanno portato ad una disgregazione sociale e a risultati negativi nelle imprese e al livello economico in generale. Si rende sempre più evidente che, laddove il capitale sociale viene meno, diminuisce anche il capitale economico. Il termine capitale sociale come anche il termine capitale umano possono essere fraintesi, ma possono anche indicare che la vera ricchezza è quella umana e sociale e che senza questa ricchezza non è possibile creare ricchezze e valori economici duraturi ed equamente distribuiti.

Sia indagini scientifiche, sia l’esperienza quotidiana di ognuno di noi dimostrano che l’innovazione è prima di tutto un fenomeno sociale: le cose nuove nascono dove le persone si incontrano, si parlano, si confrontano. È come se l’incontro, in un modo o nell’altro, risvegliasse un potenziale di novità ancora inespresso.

Ma questa osservazione ci rivela un tratto più generale e più profondo. Possiamo notare ogni giorno di nuovo che le decisioni e i comportamenti di tanti – a livello politico, economico e sociale – siano di natura reattiva: si è talmente delusi e privi di speranza che qualcosa possa cambiare in meglio che si diventa sempre più reattivi e risentiti. Senza speranza, infatti, non resta che lo scontro contro tutto e contro tutti oppure la non meno pericolosa rassegnazione. Anche forme di aggregazioni – formali o informali – che si basano sulla difesa di un potere piccolo o grande che sia, sulla difesa di interessi corporativistici o sulla nuda protesta contro tutto non sono di aiuto a nessuno.

I limiti sociali, economici e politici della situazione attuale non si superano neanche con il ricorso ai pur giusti e doverosi appelli che non riusciranno mai a scalfire le paure e le incertezze. Ciò che occorre, ciò che è possibile, e ciò che cerchiamo di realizzare – umilmente ma decisamente – è il passaggio dalla reazione alla relazione: è la relazione con gli altri che mi permette di riscoprire me stesso come protagonista, di seguire con maggiore determinazione il mio desiderio di bene, di vedere la realtà nel suo immenso potenziale e di realizzare ciò che posso realizzare e di cambiare ciò che è necessario di cambiare.

Dentro un rapporto di fiducia diventa anche più facile trovare il coraggio di cambiare in prima persona, di intraprendere nuove strade anche con piccolissimi passi che sembrano trascurabili nel presente, ma risultano decisivi nel futuro.

Chi aspetta il grande cambiamento salvifico che mette a posto tutto in poco tempo senza sentirsene parte attiva, aspetterà invano. E soprattutto, svaluterà la sua propria esistenza: perché distoglierà se stesso dalla possibilità di una maturazione personale e professionale nell’impegno di rendere giorno per giorno il mondo più umano.

Sono le relazioni – pur nella grande diversità delle forme che possono assumere – che ci sostengono e non ci sostituiscono nella nostra libertà e nella nostra responsabilità personale. Sono le relazioni reali, curiose, interessanti a farci uscire dal rischio di diventare monadi sempre più disperate e impaurite e di riscoprirci come soggetti liberi, capaci di contribuire ad una socialità più creativa e più solidale. Così acquisteremo anche maggior familiarità con un fatto tanto semplice quanto sorprendente: la qualità delle nostre decisioni dipende dalla qualità delle nostre relazioni, a livello lavorativo, sociale e politico.

Non si costruisce costruendo un nemico, si costruisce condividendo conoscenze, esperienze, e tentativi in un dialogo aperto, capace di valorizzare il bene che ognuno può portare.

Oramai è chiaro che il 2008 non è stato l’inizio di una crisi, ma un momento cruciale nel quale è si è palesata la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova. Non si tratta quindi di aspettare la fine di una crisi, ma di partecipare all’inizio di una trasformazione. Non oserei dare un nome a questo cambiamento d’epoca, però oso dire con certezza che vale la pena impegnarsi ogni giorno nella propria impresa, nel proprio studio, nella propria opera, nella propria scuola, nella propria associazione, nel proprio impegno politico e, soprattutto, nel proprio impegno educativo perché sia un giorno utile – cercando di coinvolgere più persone possibili in questa tensione ideale e operativa al contempo.

Questo Cdo Sharing, i vari incontri al livello territoriale, i momenti formativi di Cdo Academy, il dialogo con gli istituti di credito, i servizi per l’internazionalizzazione e per la collaborazione a livello europeo, il lavoro che abbiamo cominciato con le medie imprese – per esempio sul tema della governance – il grande impegno delle nostre filiere sui temi specifici dei singoli settori, le nostre associazioni professionali – avvocati, architetti, medici, insegnanti – l’accompagnamento all’alternanza scuola-lavoro, l’impegno per e con le scuole paritarie e gli istituti di formazione professionale, il nuovo sito internet e la presenza sui social-media – tutte queste e tante altre iniziative di Cdo hanno un unico scopo: sostenere ognuno nel suo impegno libero e responsabile, nelle sue decisioni spesso anche difficili e ogni tanto anche drammatiche, attraverso relazioni stabili e continuative per una condivisione che sostiene, che provoca e che rilancia sempre, qualunque siano le condizioni da affrontare.

Anche la nostra partecipazione al Meeting di Rimini ha lo stesso scopo: contribuire alla possibilità che ognuno possa arricchire la propria vita con la bellezza dell’arte, la profondità di esperienze diverse, la sorpresa di nuove conoscenze.

Più uno si impegna in prima persona nella costruzione di questa socialità più fa l’esperienza di un reciproco arricchimento personale e professionale. E non dimentichiamo mai, che i luoghi di lavoro sono luoghi privilegiati per uno sviluppo vero e reale, perché permettono, ai giovani in primis, ma anche agli adulti, magari diventati cinici o amareggiati, di fare una nuova esperienza di sé, di riscoprire la ragionevolezza e la bellezza di una vita che serve.

Sono certo che lavorando in questo modo possiamo contribuire ad una nuova socialità che rafforza i legami e crea anche le condizioni per una economia nuova, un’economia nuova che non capovolge reattivamente quella esistente, creando più malessere invece di più benessere, ma che cerca una trasformazione verso nuove forme di produzione e di commercio che rendono più presente il nesso originale fra il bene della persona, il bene del lavoro e il bene comune.

Certamente la crescita del PIL non è l’unico criterio per la qualità di vita di un paese. Ma per l’Italia la crescita è obbligatoria per due ragioni principali: per abbattere il debito pubblico che assorbe ingenti risorse e per creare occupazione. Nuovi prodotti o servizi, nuovi processi aziendali, nuovi mercati sono una necessità. La sostenibilità ecologica, la trasformazione digitale, l’inclusione sociale, la formazione continua e uno sharing che valorizza l’accesso rispetto al possesso si sono evidenziati come fattori di dinamicità e di sviluppo – a due condizioni però:

  • Che le invitabili criticità che si presentano non vengano sottaciute ma affrontati con senso di responsabilità. Altrimenti si creano delle illusioni che finiscono nello scetticismo.
  • Che il profitto venga utilizzato come strumento per lo sviluppo e non come scopo esclusivo delle attività economiche. Altrimenti non si uscirà mai dalla finanziarizzazione dell’economia e quindi dal suo affossamento.

Queste come tutte le altre osservazioni non sono imposizioni o deduzioni etiche, ma il riconoscimento della natura della reciprocità che caratterizza anche la vita sociale ed economica.

Ci auguriamo che la politica riduca il peso di una burocrazia soffocante e di una tassazione iniqua e che riesca a valorizzare invece chi investe in innovazione, chi crea progetti e iniziative di utilità sociale, chi si impegna nella formazione professionale dei giovani. Apprezziamo quindi le nuove modalità di intervento che prevedono incentivi che funzionano in modo automatico valorizzando chi si impegna e intraprende realmente, senza bandi o altre forme burocratiche e anche senza interventi a pioggia. Il “Piano nazionale Industria 4.0” del governo non ha quindi solo una valenza in sé ma anche una valenza come modello per futuri interventi al sostegno dell’economia, possibilmente anche in altri settori come per esempio quello del turismo.

Per quanto riguarda il welfare vediamo uno sviluppo simile: un welfare puramente erogativo non è più sostenibile, ma soprattutto non è adeguato al disagio di tanta gente, che non solo di servizi ha bisogno, ma di legami e luoghi in cui poter essere autenticamente se stessa e diventare protagonista della propria vita. Nelle nostre città, i bisogni sociali sono in costante crescita e le nuove povertà vanno a incrementare le fila composte da tante persone che fanno fatica a vivere e a trovare risposta ai bisogni primari. Per questo siamo convinti del ruolo fondamentale delle opere sociali come contesti che vivono insieme alla gente, ricreano tessuti umani e generano un welfare comunitario. È importante per tutti noi guardarle, sostenerle per comprendere la natura e anche le opportunità di questo epocale cambiamento, anche sociale.

Cerchiamo, con accademici ed esperti, una collaborazione critica e creativa. Che questo sia possibile lo stiamo vedendo anche in questa seconda edizione di Cdo Sharing. Nei prossimi mesi vorremmo approfondire ulteriormente la possibilità di lavorare con e le università e i loro centri di ricerca.

Una concorrenza globale sempre più complessa, crescenti incertezze politiche a livello nazionale e internazionale, un’accelerazione di novità tecnologiche, nuove disuguaglianze e disagi sociali, una cultura sempre più fissata sullo sfruttamento individualistico del presente e non sulla costruzione del futuro – questi sono i contesti nei quali viviamo e operiamo e nei quali vogliamo creare occupazione, creare un welfare comunitario, contribuire all’educazione dei giovani: queste sono le priorità del nostro impegno associativo.

Cdo non vive perché ci sono i presidenti o i direttori o le strutture che curano i servizi o altre forme organizzative. Tutto questo è al servizio di una vita che dipende da ognuno di noi, alla quale contribuisce ognuno di noi.  La nostra compagnia c’è perché ci sei tu e con la tua presenza arricchisce questo nostro “noi” che a sua volta arricchisce te. E questo “noi” non è per rafforzare un potere ma per rendere presente un servizio per il bene di tutti, sopra tutto di chi verrà dopo di noi.

Vorrei alla fine di questa introduzione ricordare – a me e a ognuno di noi – che ogni gesto vissuto con una tensione ideale ha un significato nel presente – che vale per sempre.

Grazie.

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